Regione Emilia-Romagna: Assemblea legislativa

I rivoluzionari del buonsenso

(06/06/2011) Il giornalista Federico Guiglia – dopo averne già parlato durante la settimana della sua conduzione di Prima Pagina su Radio Tre – ritorna oggi sul tema dell’abolizione dei vitalizi decisa dall’Assemblea legislativa dell’Emilia Romagna con un lungo editoriale pubblicato nella sezione Lettere e commenti de Il Tempo di Roma in edicola.

Ecco il testo integrale del pezzo:

Sembra l’uovo di Colombo, ma è soltanto una legge della regione Emilia-Romagna. Per battere l’antipolitica, quei consiglieri hanno scoperto la buona politica, e speso poche parole all’articolo cinque di un testo approvato all’unanimità il 23 dicembre scorso, eppur passato sotto silenzio. Non fa notizia il politico che rinuncia ai privilegi del politico, ma in tempi di casta l’evento meriterebbe la prima pagina. Quel testo rivoluzionario dice che, a partire dalla prossima legislatura, “è abrogato l’istituto dell’assegno vitalizio”. Sì, avete letto bene. Per la prima volta un’istituzione della Repubblica ha scelto di andare controcorrente rispetto ai comportamenti che fanno indignare i cittadini, stabilendo che chi viene eletto dalle parti di Bologna e ampi dintorni non avrà più il diritto alla “pensione” a spese dei contribuenti e con criteri che gridano vendetta, se si pensa ai decenni di lavoro e di contribuzione che sono ovunque necessari ai comuni mortali per strappare l’assegno previdenzile rispetto agli scandalosi automatismi che regnano nelle assemblee legislative. Cominciando dal nostro Parlamento, dove bastano due anni, sei mesi e un giorno di legislatura per maturare il diritto al cosiddetto vitalizio, come viene pudicamente chiamato il più odioso degli onorevoli privilegi.

Invece i rivoluzionari del buonsenso hanno fatto una scelta condivisa al Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna: 44 voti a favore, e nessuna astensione, e nessun voto contrario. Buona presenza in aula, oltretutto, se si considera che il plenum è di 50 membri. Maggioranza e opposizione, centro-sinistra e centro-destra tutti insieme per cancellare ciò che gli italiani considerano insopportabile. Per cancellare la disparità di trattamento fra eletti del popolo che si fanno norme su misura, e popolo sovrano che deve pedalare una vita intera per guadagnarsi l’assegno della terza età.

“E’ un provvedimento approvato in pochi mesi grazie al lavoro e alla condivisione di tutti i gruppi politici, e che tiene assieme il rigore con la dignità delle istituzioni, rispondendo a un principio di uguaglianza con i lavoratori”. Sono le impeccabili parole della lettera accompagnatoria che Matteo Richetti, presidente di quel Consiglio regionale, ha inviato assieme al testo della legge ai vertici di Senato e Camera.

Renato Schifani e Gianfranco Fini hanno, dunque, a disposizione anche un modello legislativo da sottoporre alle loro assemblee per imitare l’iniziativa. Un’iniziativa realistica e tutt’altro che demagogica, visto che per ragioni costituzionali sono stati fatti salvi i diritti acquisiti (chi già gode del vitalizio, se lo terrà) e visto che per ragioni di opportunità la buona novella non s’applica alla legislatura vigente, dove un malinteso senso di autodifesa avrebbe potuto indurre la corporazione a impallinare la novità, magari con voto segreto. La perfezione, si sa, è nemica del bene.

Piuttosto che buttare all’aria tutto, cancellando anche presente e passato, come sarebbe stato più giusto, il Consiglio regionale ha deciso pragmaticamente di cambiare il futuro. Ma di cambiarlo per sempre, non già “riducendo” o “adeguando” il vitalizio a chissà quali parametri, bensì abolendolo. Chi vorrà una pensione, se la pagherà di tasca sua, volontariamente, con il più che dignitoso stipendio da consigliere. Ora che a destra e a sinistra finalmente si discute di come rinnovare i propri schieramenti, ecco da dove potrebbero tutti cominciare: la nuova politica deve dire basta ai vecchi vitalizi.

La svolta più forte è sempre quella: dare l’esempio.

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Una citazione che ci pare appropriata: «Gli abusi vanno riformati in tempi pacifici, prima che ci vengano imposti dai partiti estremi. Le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità, la rafforzano, invece di crescere la forza dello spirito rivoluzionario, lo riducono all’impotenza» (Camillo Benso Conte di Cavour citato da Massimo Gramellini in “150 anni dopo, Cavour resta il politico dei miei sogni“)

 

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